Recensioni

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Il prof. Teo Leorini per “Stagioni in GIALLO” rubrica della rivista “CONFRONTI” recensisce i romanzi del maestro De GIovanni con “Il Tesoro di Sant’Ippazio” di Alberto Colangiulo. (clicca l’immagine per ingrandire e leggere)


 

Da Il Quotidiano di Lecce

Da Il Quotidiano di Lecce


 

Qui Salento

Recensione di Rosetta Serra per Qui Salento


 

La recensione sul 39° Parallelo

La recensione sul 39° Parallelo

 

da La Gazetta del Mezzogiorno 8 ottobre 2013

da La Gazetta del Mezzogiorno 8 ottobre 2013


*****SABRINA MINETTI PER “IL TESORO DI SANT’IPPAZIO”

 

Milano –  Il tesoro di Sant’Ippazio è l’interessante esordio per Lupo Editore di Alberto Colangiulo, autore salentino che nella sua opera prima svela uno stile già molto personale e un’avvincente abilità nell’appassionare il lettore al mistero soffuso nella storia che scrive, ma anche, e tanto, all’intrigo delle personalità dei suoi personaggi.

 

In un piccolo paese del Sud Italia incombono un invincibile scirocco e molti inquietanti interrogativi: chi ha aggredito in chiesa il parroco durante l’annuale festa patronale? Perché il prete era lì, quando di norma nessuno entra in chiesa nei giorni dei festeggiamenti per il santo patrono? Sopravviverà l’anziano sacerdote, che lotta fra la vita e la morte in ospedale? Ma soprattutto: cosa hanno visto dell’aggressione i due monelli di paese, in bilico sull’orlo dell’adolescenza, dal bordo di un muro di cinta sul quale si erano arrampicati per spiare la bella del paese?

 

Qualcuno ha visto qualcosa, qualcuno sa, ma non parla. Il caldo torrido, i lenti rituali dell’omertà e insieme delle indiscrezioni della gente di paese, le inquietudini di un ragazzo che non vede l’ora di diventare uomo, fanno da scenario all’indagine che svelerà un segreto le cui radici affondano nel passato. Sarà il caparbio maresciallo dei carabinieri Gerardi a risolvere il giallo, con l’indispensabile aiuto dell’appuntato Nardi, speciale figura di coprotagonista.

 

Originale scrittura, dalle sonorità evocative, dalla particolare cadenza, lievemente anticata. A mio avviso Colangiulo è un’autentica nuova promessa.

*****Roma – “Il Tesoro di Sant’Ippazio” recensito dalla LiberArti _Social Reader Writer Artist

L’autore riesce ad entrare nell’animo di questi personaggi e ce li consegna persone, facendoceli conoscere attraverso i loro vizi e le loro virtù, la loro gestualità ed umanità. Ce li fa sentire veri con le loro voci, con le loro sigarette, e con il caldo che soffrono

tutta la recensione su:  http://www.liberarti.com/schede.cfm?id=3819&il_tesoro_di_sant_ippazio


 

*****Il tesoro di Sant’Ippazio”, l’esordio letterario di Alberto Colangiulo.

Alessia Sità per CHRONICALIBRI.it
ROMA – Una Chiesa, un prete, una villa abbandonata e un tesoro segreto.
Sono questi gli ingredienti de “Il tesoro di Sant’Ippazio”, l’intrigante romanzo – a tinte noir – scritto da Alberto Colangiulo e pubblicato da Lupo Editore.
Nella prima metà anni degli anni ’80, la tranquillità di un piccolo paesino del Basso Salento viene stravolta da un terribile fatto di cronaca nera. La notte fra il 14 e il 15 agosto, durante la festa patronale, qualcuno attenta alla vita di Don Gino, parroco della piccola comunità salentina. Due arzilli quattordicenni – Fischio e Vasco – diventano loro malgrado testimoni oculari dell’orribile misfatto. Turbati dalla sconvolgente tragedia, gli abitanti del posto sembrano avere una certa reticenza nei confronti delle indagini condotte da Gerardi. Ad aiutare il giovane e razionale Maresciallo – che dovrà districarsi fra riti, superstizioni e antiche credenze – ci saranno due appuntati alquanto singolari: il taciturno Nardi e il gioviale Verzin. Pochi indizi: un leggendario tesoro di cui tutti parlano, ma che nessuno ha mai visto, e una chiesa aperta che però sarebbe dovuta restare chiusa per qualche giorno. Risolvere l’intricato giallo non sarà facile.
Con uno stile semplice e scorrevole, Colangiulo riesce a creare la giusta atmosfera, un misto fra suspense e curiosità, che porta il lettore a restare col fiato sospeso fino all’ultima pagina.


*****Intrighi e misteri cercando «Il tesoro di Sant’Ippazio»
di Giuseppe Pascali (05 gennaio 2014) per salentoinlinea.it
Per chi, come chi scrive, ha vissuto da ragazzino in ogni sua fibra il senso e il calore del paese negli Anni Ottanta, della sua piazza, dell’attesa della sua festa patronale come quei giorni in cui tutto si tingeva di fiabesco, leggere «Il tesoro di sant’Ippazio» di Alberto Colangiulo (Lupo Editore) è come sentirsi…«spiati». Regalano il senso della fanciullezza in quegli anni le pagine di questo giallo in salsa salentina, ambientato in un luogo-non luogo dove però sono ben delineate le essenze salentine e tangibili le figure di rispetto, dal parroco al maresciallo della Benemerita.

È un romanzo in cui ogni «ex bambino» di quegli Anni ci si può riconoscere. Perché quel piccolo «crimine», quella puerile sregolatezza commessa dai protagonisti, in fondo, l’abbiamo commessa pressappoco tutti, a quell’età. Basso Salento, prima metà degli anni ’80, notte dell’Assunta. Due ragazzini, Vasco e Fischio, inseparabili amici, approfittano della festa paesana per una piccante sortita, ma, inconsapevoli l’uno dell’altro, diventano testimoni del probabile omicidio del parroco. A condurre le indagini è il giovane maresciallo Gerardi che, da pochi mesi in servizio nel posto, si ritrova ad indagare fra le pieghe dei riti, delle superstizioni e dei segreti della piccola comunità. E così le indagini si colorano di suggestioni, da quelle emanate dalla misteriosa chiesa di Sant’Ippazio alla villa abbandonata, un classico quando si parla di giallo, alla piccola abitazione della Maria, bella e chiacchierata donna del paese fino al cuore del racconto, il «tesoro» di questo santo, protettore delle ernie inguinali. Sarà veramente preziosa questa fortuna se qualcuno è arrivato a uccidere il parroco? E perché il prete si trovava da solo in quella chiesa che, proprio in quei giorni di festa, la tradizione imponeva di tenere chiusa? Per scoprirlo bisogna immergersi nelle pagine fluenti del libro e imbattersi in personaggi singolari quanto realisticamente creati da Colangiulo, come il sagrestano Rocco de Salve, detto «’Zu» che in cambio di un tetto tiene a lucido la chiesa. Una storia piena di intrigo e di mistero dunque, narrata con dovizia di particolari e con la capacità da parte dell’autore, di creare un «finale nel finale», una storia per nulla scontata, affatto banale, ma in grado di «inchiodare» il lettore alle pagine, dalla prima all’ultima di questa storia che ha il sapore di un paesino del Salento ma il retrogusto di ogni piccolo borgo del mondo.

Giuseppe Pascali


*****Paola Settimini per Laspeziaoggi.it

La Spezia:”Il tesoro di Sant’Ippazio (Lupo Editore) è davvero un piccolo gioiello per chi ama il noir, capace di tenere incollato il lettore dalla prima all’ultima pagina.”


 

 *****LIBRI: Parole da Amare.

Michela

Il 15 agosto per gli abitanti di un paese del basso Salento è sempre un momento molto atteso: si festeggia, infatti, il giorno dell’Assunta. Ma, agli inizi degli anni ’80, in quella sera di metà estate succede un fatto che lascia tutti sgomenti.
Il parroco, Don Gino, viene ritrovato svenuto all’interno di una chiesa, quella di Sant’Ippazio, chiesa che, come vuole la tradizione, in quei giorni di festa patronale dovrebbe rimanere chiusa.
Ad occuparsi di questa vicenda è il maresciallo Gerardi Massimo: addentrarsi in una realtà di paese così lontana da lui, che ha preso servizio solo da un anno, non è facile e perciò si ritrova spiazzato. E’ per questo motivo che decide di avvalersi del valido aiuto di due carabinieri, Nardi e Verzin, i quali, a differenza di lui, di quella cittadina conoscono molti risvolti.
Durante le indagini ritorna a galla un segreto che aleggia nella più totale oscurità: si dice, infatti, che esista un importante tesoro di Sant’Ippazio di cui però nessuno, o quasi, ha notizie certe. I tre, quindi, oltre a risolvere il caso del parroco cercando anche di far luce su questa leggenda.
Le indagini ci portano a conoscere vari caratteristici abitanti del paese, tra cui Maria, molto chiacchierata per il lavoro che svolge nei pressi della Chiesa dove è avvenuta la presunta aggressione di Don Gino.
Proprio nel momento in cui il parroco viene dichiarato morto tutti gli indizi raccolti portano verso Vasco e “Fischio”, due giovani ragazzi che potrebbero far finalmente chiarezza su questo enigma.

Alberto Colangiulo esordisce con un noir che ha la dote di avere una trama semplice ma che ha la capacità di tenere incollato il lettore dalla prima all’ultima pagina.
La scelta di luoghi e personaggi così autentici ed interessanti non può che suscitare curiosità e dare vita a una storia coinvolgente ed appassionante. Il Finale non delude e anzi, riesce a rispondere a tutte le domande che il lettore si pone durante l’intera lettura.
Quell’atmosfera di altri tempi mi ha letteralmente rapita, i personaggi incontrati nelle 190 pagine di questo romanzo non passano inosservati e una nota di merito va anche all’attenzione e alla cura che l’autore ha riservato ad ogni singola parola, evento e dettaglio.

“Il tesoro di Sant’Ippazio” è veramente un piccolo gioiello per tutti coloro che amano i noir ma anche per chi, come me, solitamente preferisce altri generi di libri.
Complimenti vivissimi all’autore che ha esordito in modo eccellente e un apprezzamento va anche alla casa Editrice, Lupo Editore, la quale ci fa conoscere continuamente tanti nuovi scrittori che si contraddistinguono per la loro originalità oltre che per la loro bravura.


*****Alberto Colangiulo – Il Meridione dentro
di Marco della Croce (ww.marcodellacroce.it/libri)

Alberto Colangiulo conosce l’animo umano.
Questa è la prima considerazione che mi è venuta in mente, spontanea, appena terminato di leggere Il tesoro di Sant’Ippazio, il suo riuscitissimo romanzo d’esordio.
Un prete assassinato in una chiesa inopinatamente aperta, due adolescenti – Fischio e Vasco – involontari testimoni, una festa paesana, le voci che parlano di un leggendario quanto misterioso tesoro. E poi le indagini, affidate al giovane maresciallo Gerardi, difficili perché il tessuto sociale e culturale della zona è lontano anni luce dal suo vissuto. E infine due carabinieri, Verzin e Nardi, che invece quel tessuto lo hanno ormai metabolizzato, uno strano sacrestano, un professore sopra le righe, una povera donna segnata dalla vita. Sono i principali attori di un dramma tutto sommato semplice – ma per nulla scontato e prevedibile – che ti prende per mano e ti conduce, in maniera delicata e sottile, a dipanare il mistero di quell’omicidio. Fin qui la trama.
“Il tesoro di Sant’Ippazio“, tuttavia, è molto di più di un curioso e originale noir mediterraneo. È un viaggio a ritroso che ti porta indietro nel tempo, all’alba degli anni Ottanta, in un paese del Basso Salento.

Il tesoro di Sant’Ippazio
E sta qui, a mio avviso, il pregio maggiore del romanzo. Perché tra le righe, pagina dopo pagina, quasi senza accorgertene, vieni inesorabilmente risucchiato dentro la storia. Leggi e, a un certo punto, ti rendi conto che non sei più un lettore, ma un attore. Certo, un attore non protagonista, di fatto una comparsa, ma con la fortuna di poter seguire – e inseguire – la storia mentre si dipana da un punto di vista privilegiato.
Perché tu sei lì, avvolto dall’aria umida trasportata dallo scirocco, sudato per l’afa settembrina, con la bocca riarsa dalla sete, alla ricerca di un po’ d’ombra che ti dia sollievo. Tu sei lì e senti le voci della gente e le musiche della festa, vedi i colori delle case, respiri a pieni polmoni lo iodio del mare, avverti l’inconfondibile profumo dei pitosfori. Tu sei lì e corri dietro ai vari personaggi, non ti perdi nemmeno un dialogo, condividi le loro ansie, le loro speranze, le loro paure e, perfino, le loro superstizioni.
Questo romanzo che profuma di meridione fino al midollo e di sole caldo – un sole che più mediterraneo di così non si può – mette in scena un’umanità variegata e composita, eppure credibile e ben delineata, le cui dinamiche relazionali si svolgono con la fresca spontaneità della vita reale.
Perché Alberto Colangiulo è uno scrittore, uno scrittore vero, e sa che scrivere è fatica, è sudore, ma è anche – e soprattutto – rispetto verso chi ti legge.
Un grande plauso all’editore – Lupo – che non ha paura di scommettere su autori nuovi, e un grazie di cuore ad Alberto al quale auguro di raccogliere tutto il successo che merita.


*****Mannaggia Santa Pupa & Il tesoro di Sant’Ippazio

Nunzio Festa per http://www.kultunderground.org

Colangiulo propone una semplicità, un’essenzialità somigliante al discorso di presa diretta ma che in alcuni punti s’impenna, e darci barlumi d’eleganza

Danilo Siciliano e Alberto Colangiulo sono due giovani salentini, dei quali parliamo ‘contemporaneamente’ perché entrambi sono al loro libro d’esordio, e per lo stesso editore; nonostante il primo svolga l’attività giornalistica, in maniera professionale, mentre il secondo sia impiegato “nel settore metalmeccanico”: ma Siciliano è laureto in Giurisprudenza e Colangiulo in Filosofia. E ne parliamo ‘insieme’ anche perché come potrete accorgervi dal titolo dei libri, i romanzi sembrano avere delle affinità. Il fatto, però, è che i punti di coincidenza e i segmenti che accomunano queste due prove letterarie sono, chiaramente, oltre il titolo. Ché, tanto per cominciare, Danilo Siciliano pur scegliendo di privilegiare una storia arrivata direttamente dal passato forse un po’ biografico, porta un rimpianto comunque coraggioso a lettrici e lettori disposti ad ascoltar senza piangere per forza. Dove, infatti, Alberto Colangiulo invece di soffermarsi sul nostalgismo si mette a scherzare con la trama. Tanto da inventarsi l’ennesimo commissario – il maresciallo Gerardi (giovane investigatore insomma) – che appunto deve cimentarsi nel frugare tra superstizioni, tradizioni e, giustamente, veri segreti del piccolo paese preso a soggetto d’ambientazione. Quindi abbandoniamo subito le trame, le vicende dei testi. Al fine di calarci nella scrittura. Colangiulo propone una semplicità, un’essenzialità somigliante al discorso di presa diretta ma che in alcuni punti s’impenna, e darci barlumi d’eleganza: “La casa della Maria baciava dal lato lungo la chiesa di Sant’Ippazio”. Disegnando al dunque le gambe giuste al briccone Fischio. La scorrevolezza e l’agibilità che troviamo in buona parte delle righe di Siciliano è veramente allungata da momenti paratattici spensierati, flussi di situazioni e pensieri sicuri d’accanire chi legge nella sua volontà. Buona la prima, dunque. 


 

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